GIULIANO PALMA. LA MUSICA DEVE RESTARE VERA

GIULIANO PALMA. LA MUSICA DEVE RESTARE VERA

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Giuliano Palma ha costruito la propria identità artistica portando le canzoni altrove, ben oltre la forma in cui le abbiamo conosciute. Swing, ska e reggae sono diventati negli anni la chiave con cui rilegge la tradizione italiana, preservandone la scrittura e cambiandone profondamente il passo. La sua eleganza nasce dall’equilibrio tra fedeltà e reinvenzione, cultura musicale e istinto.

Dietro l’immediatezza delle interpretazioni c’è un lavoro rigoroso sugli arrangiamenti, sui ritmi e sulla qualità del suono. Una visione rimasta coerente anche mentre intorno cambiavano linguaggi, abitudini d’ascolto e mercato.

Lo raggiungiamo telefonicamente mentre sta per imbarcarsi per la Calabria. Palma risponde con ironia, senza compiacimenti. Lascia affiorare il risvolto più personale di una vita trascorsa in tournée, rievoca gli anni con i Casino Royale, annuncia il nuovo corso dei Bluebeaters, già in studio per il prossimo album, e si sofferma sull’ingresso dell’intelligenza artificiale nel lavoro creativo.

Ne emerge un musicista che osserva con lucidità le trasformazioni del presente e continua a riconoscere nella musica suonata il centro del proprio lavoro.

𝐇𝐚𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐮𝐬𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐚. 𝐂𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐡𝐚𝐢 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐬𝐨 𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐳𝐳𝐨 𝐡𝐚𝐢 𝐩𝐚𝐠𝐚𝐭𝐨?

Ho sempre cercato di fare ciò che sentivo in quel momento, senza inseguire l’idea, peraltro molto relativa, di rimanere sull’onda. Non credo di avere rinunciato artisticamente a qualcosa.

Se penso a ciò che ho lasciato un po’ più ai margini, direi la vita privata. Ho scelto di suonare moltissimo dal vivo e questo ha reso più complesso trovare un equilibrio. C’è chi ci riesce, per me non è stato così semplice.

𝐀 𝐂𝐨𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐡𝐚𝐢 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 “𝐋𝐚𝐬𝐜𝐢𝐚𝐦𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐚𝐫𝐞” 𝐚𝐢 𝐂𝐚𝐬𝐢𝐧𝐨 𝐑𝐨𝐲𝐚𝐥𝐞. 𝐂𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐭𝐢 𝐦𝐚𝐧𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞?

Quella canzone è nata con GP, il mio primo disco solista, subito dopo l’uscita dai Casino Royale. Mi manca soprattutto lo spirito pionieristico. I viaggi a Londra per cercare nuovi suoni, ascoltare ciò che stava accadendo, registrare dischi e lavorare alle preproduzioni. Era una ricerca continua, un modo di vivere la musica che oggi ritrovo più raramente. Quel passaggio non fu indolore, ma con alcuni componenti del gruppo sono rimasto in ottimi rapporti. Con il batterista, per esempio, ho continuato a suonare per anni anche nei Bluebeaters.

𝐎𝐫𝐚 𝐬𝐢 𝐚𝐩𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐢 𝐁𝐥𝐮𝐞𝐛𝐞𝐚𝐭𝐞𝐫𝐬. 𝐋𝐚 𝐫𝐞𝐮𝐧𝐢𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞?

Sì, finalmente abbiamo deciso di riunirci e stiamo preparando alcuni progetti per il prossimo anno. Siamo già in sala di registrazione, c’è un inedito in lavorazione e anche qualcosa di ancora più sorprendente. Però, preferisco non anticipare altro.

𝐈𝐧 𝐮𝐧 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐫𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐡𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐭𝐞 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐦𝐮𝐬𝐢𝐜𝐚?

Non mi considero un cantautore in senso tradizionale. Sono soprattutto un interprete e amo intervenire sugli arrangiamenti, trasformare i brani, cercare possibilità diverse dentro la musica. È lì che riconosco il senso del mio lavoro.

Quello che vorrei far arrivare attraverso la musica è una riflessione sul ruolo sempre più ampio dell’intelligenza artificiale, che sta progressivamente sostituendo il lavoro di chi suona, arrangia e produce. Non voglio fare sermoni, ma credo sia necessario interrogarsi su ciò che sta accadendo. Io continuo a fare una musica vera, reale, suonata.

𝐑𝐞𝐬𝐭𝐞𝐫𝐚̀ 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐦𝐮𝐬𝐢𝐜𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚 𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞?

Lo spazio esiste, ma bisognerebbe scuotere le persone. L’appiattimento non riguarda soltanto la produzione, ma anche le modalità di ascolto. Il cellulare, per esempio, impoverisce l’esperienza e inevitabilmente condiziona la percezione. Rimango profondamente legato agli strumenti, alla dimensione del concerto e a un certo tipo di suono.

𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐯𝐞𝐫 𝐬𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐥𝐞𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐞 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐭𝐮𝐚?

Nel momento in cui la trasformo. Per me tutto comincia dall’arrangiamento. Non avrebbe senso limitarmi a cantare un brano così com’è. Ho bisogno di modificarne la struttura, il ritmo, perfino di portarlo da tre quarti a quattro quarti. È in quel passaggio che nasce un senso di appartenenza e la canzone comincia a diventare mia.

𝐃𝐨𝐩𝐨 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢, 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐫𝐢𝐞𝐬𝐜𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐚 𝐞𝐬𝐚𝐥𝐭𝐚𝐫𝐭𝐢 𝐬𝐮𝐥 𝐩𝐚𝐥𝐜𝐨?

Il rapporto fisico con il pubblico, un tempo arrivavo perfino allo stage diving. Oggi mi emoziona sentire le persone cantare con partecipazione, anche sui brani meno immediati o più ricercati. Quella risposta collettiva continua ad avere una forza straordinaria.

𝐔𝐧𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐦𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐚𝐥 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨?

Tanta energia. Ho una band che mi accompagna e mi sostiene alla grande, quindi faremo ballare e cantare tutti.

Questa sera, a Catanzaro, quella visione diventerà ancora una volta concerto. Strumenti, voce e pubblico daranno forma a una musica che esiste soltanto mentre accade.

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