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Un vuoto di memoria può raccontare quanto un ricordo.
In Autoritratto, Davide Enia parte dal ricordo rimosso della strage in cui morì Giovanni Falcone per interrogare il rapporto con Cosa Nostra. L’artista mette in discussione anche il proprio sguardo e le sue reticenze. La storia privata si intreccia a quella di una comunità che ha imparato a convivere con la violenza, fino ad assorbirne abitudini e linguaggi. I ricordi d’infanzia, la vicinanza alla famiglia Borsellino e il legame con padre Pino Puglisi restituiscono alla cronaca il peso degli affetti. Il rapimento e l’omicidio di Giuseppe Di Matteo aprono la ferita più profonda di questa indagine. Corpo, canto, dialetto e cunto diventano gli strumenti per portare alla luce silenzi e meccanismi di rimozione, con le musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri.
Premiato agli Ubu per l’interpretazione e la nuova scrittura italiana, lo spettacolo porta la testimonianza sul terreno dell’autoanalisi: la domanda riguarda anche ciò che della cultura mafiosa sopravvive nei gesti quotidiani e nelle relazioni. Il teatro diventa così uno spazio in cui riconoscere le contraddizioni che ci abitano e provare a nominarle.
