Chiesa di San Rocchello (o Rocco)

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Immagine dell'attrazione Chiesa di San Rocchello (o Rocco)

Descrizione attrazione

Chiesa di San Rocchello: dove la devozione popolare diventa arte

Nel caratteristico quartiere che porta il suo nome, la chiesa di San Rocchello rappresenta uno dei luoghi più cari alla devozione catanzarese. Questo piccolo tempio, nato da una leggenda miracolosa e cresciuto attraverso i secoli grazie alla fede popolare, custodisce tesori d’arte che raccontano la storia spirituale e sociale di una comunità che ha sempre saputo trasformare le avversità in occasioni di rinascita.

La leggenda che cambiò un quartiere

La storia di San Rocchello è indissolubilmente legata a uno degli episodi più drammatici della Catanzaro cinquecentesca: la pestilenza del 1562. Secondo la tradizione, quando l’epidemia stava decimando la popolazione, San Rocco apparve fuori Porta di Mare all’artigiano appestato Pignero Cimino, consegnandogli un unguento miracoloso che liberò la città dal flagello.

In cambio del prodigio, il santo chiese che gli fosse costruita una chiesa sul colle di San Trifone, proprio dove i catanzaresi avevano già tentato di edificare un tempio in suo onore, desistendo solo per il crollo di una fornace di calce. La gentildonna Guglielmina De Cumis si fece promotrice dell’iniziativa, fondando nel 1565 il monastero domenicano intitolato a Santa Caterina da Siena con annessa chiesa dedicata a San Rocco.

Da quel momento, il colle di San Trifone cambiò nome diventando colle di San Rocco, denominazione che si estese alla piazza e all’intero quartiere che andò formandosi attorno al monastero.

Due chiese per un santo: la nascita di San Rocchello

L’affluenza dei devoti alla chiesa conventuale era tale da disturbare la vita contemplativa delle monache domenicane. Per risolvere il problema, fu edificata una seconda chiesa dove trasferire la venerata statua del santo. Questo nuovo tempio fu popolarmente chiamato “San Rocchello” (piccolo San Rocco), denominazione che si estese alle vie limitrofe e al largo prospiciente.

La costruzione dovette avvenire negli ultimi decenni del XVI secolo: nel 1593 la “Platea Gori” ne documenta l’esistenza, ma nel 1601 la visita pastorale di monsignor Orazi trovò la sede parrocchiale temporaneamente spostata nel convento perché la chiesa di Tutti i Santi “minacciava di cadere”.

Un territorio parrocchiale strategico

Il “ristretto” parrocchiale di Santa Maria d’Ognissanti (questo il titolo originario) si estendeva su un’area strategica del quartiere di San Rocco, toccando i confini delle parrocchie di Santo Stefano, San Biagio e quella dei Domenicani. Come descrive la “Platea Gori” del 1691, il territorio partiva “dalla chiesa dei PP. Predicatori, proseguendo per le case del ristretto di S. Stefano, il vallone della bucceria, il monastero di S. Chiara, la chiesa di S, Rocco Maggiore, la strada delli trombatori”.

Trasformazioni novecentesche e recuperi

Gli anni ’50 e ’60 del Novecento videro radicali trasformazioni dei prospetti esterni che cancellarono le originali forme compositive. Fortunatamente, alcuni elementi furono recuperati: il portale d’ingresso, la “cona” con l’affresco di “San Rocco e il cane” (di cui resta solo il volto), e la “cona” di “Santa Lucia” nel prospetto laterale, che riproduce la tela settecentesca conservata all’interno.

Un interno di raffinata eleganza rococò

L’interno a navata unica, intervallato da tre cappelle per lato, presenta un apparato decorativo di notevole qualità artistica. Quattro paraste sormontate da capitelli corinzi in stucco, in variante rococò, sostengono una trabeazione che percorre perimetralmente l’edificio. Gli archi delle cappelle sono decorati con stucchi tardobarocchi realizzati nell’ultimo decennio del Settecento, probabilmente attribuibili a Pietro Joele di Fiumefreddo, autore di opere simili nelle chiese di Nicastro e Badolato.

Il soffitto a botte lunettata è abbellito da stucchi, decorazioni a trompe-l’œil e affreschi realizzati nel 1967 dal pittore cassanese G. Faita.

Il capolavoro di Giandomenico D’Auria

Il vero tesoro della chiesa è la statua rinascimentale di San Rocco, per tradizione attribuita al Sansovino ma oggi riconosciuta come opera di Giandomenico D’Auria, scultore napoletano seguace di Giovanni da Nola. Secondo gli studi del Ceci, nel 1564 una statua di San Rocco dello scultore napoletano fu venduta al nobile catanzarese Ferrante Dello Scoglio per 600 ducati.

La statua, collocata nella nicchia centrale del ricco fastigio settecentesco dell’altare maggiore, poggia su un alto scannello su cui è scolpito San Sebastiano, compatrono della città insieme al santo pellegrino.

Cappelle laterali e devozioni popolari

Le due cappelle laterali al coro testimoniano l’evoluzione della devozione popolare. A destra, la cappella di Santa Lucia presenta un altare e fastigio settecenteschi con un piccolo dipinto della “Madonna del Rosario e San Domenico”, copia della celebre pala di Dirck Hendricksz conservata in San Domenico. Il culto fu introdotto nell’Ottocento dal parroco Coppolletti.

A sinistra, la cappella del Cuore Immacolato di Maria custodisce un fastigio tardo-rinascimentale in legno di maestranze roglianesi con la relativa tela secentesca. Questo culto, secondo una relazione del parroco don Domenico Vero del 1958, fu introdotto già nel 1630 dalla Sacra Congregazione del Sacro Cuore di Maria, aggregata all’omonima napoletana.

Un patrimonio artistico da riscoprire

Tra le altre opere significative si ricordano le tele di Maria Santissima Addolorata e della Madonna del Carmine (XVII-XVIII secolo) e il “Volto Santo di Nostro Signore Gesù Cristo”, realizzato nel 1936 dal pittore catanzarese Guido Parentela.

L’altare maggiore in marmi policromi, datato 1898, completa un insieme di notevole valore artistico che testimonia la continuità della devozione popolare attraverso i secoli.

Un simbolo di resilienza urbana

La chiesa di San Rocchello rappresenta così un perfetto esempio di come la fede popolare sappia generare bellezza e arte durature nel tempo. Nata da una leggenda miracolosa, cresciuta attraverso le trasformazioni urbane, arricchita dal mecenatismo di nobili e dalla devozione del popolo, continua oggi a essere un punto di riferimento spirituale per il quartiere e un prezioso scrigno d’arte che attende di essere pienamente valorizzato e reso accessibile alla conoscenza di cittadini e visitatori.

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